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ECOTURISMO - Guarda dove metti i piedi...

Apre i lavori, dopo i saluti, l'antropologo Duccio Canestrini, oggi professore universitario, più noto (...) per essere stato per anni una delle 'grandi firme' di Airone e per i suoi divertenti, illuminanti e seguitissimi scritti sul turismo. E il primo luogo comune da sfatare, per Canestrini, è quello - ancora diffuso - che l'ecoturismo, perché 'etico' e 'sostenibile', sia un «turismo di sofferenza, un turismo ostico». Importante per tutti, in primo luogo per gli operatori, comunicarlo invece per l'autentico piacere che può dare questo tipo di approccio al viaggio, al territorio, alle risorse. Comunicazione importante anche perché, nel conflitto tra 'indigeni', operatori e turisti, inesauribile in Asia e in Africa come da noi, la chiarezza diviene fondamentale. Una vecchia visione del problema, che forse ha le ore contate, ha visto le zone protette calare dall'alto - senza informazione, senza condivisione, - sulle popolazioni 'indigene' siano esse cinesi, magrebine o trentine, ed ha acuito il conflitto tra le diverse aspettative dei diversi attori. C'è quindi bisogno di chiarezza e di negoziazione «una negoziazione che abbia sempre presente il valore supremo del territorio, bene comune» per contemperare gli interessi, tutti legittimi, e c'è - purtroppo – ancora bisogno di legittimare le stesse aree protette agli occhi delle popolazioni locali.

C'è un «estremo bisogno di Natura. La Natura ci fa bene, la Natura ci rigenera». L'Homo Sapiens, condivide con lo scimpanzé il 98,6% del DNA. Ma l'ambiente in cui viviamo, i nostri immensi uffici piene di minuscole postazioni computer, non rispondono certo alle nostre caratteristiche biologiche originarie. Oggi la vita quotidiana, così routinaria, genera la grande istanza di evasione che è alla base dell'ecoturismo. «L'uomo non è fatto per vivere dietro a una scrivania, ma per essere attivo fisicamente e per vivere l’avventura. Nelle città cerchiamo di ricreare surrogati di natura, parchi o giardini; luoghi, insomma, che richiamano alla memoria le savane e le foreste in cui si è attuata la nostra evoluzione».

E, agli ambienti naturali surrettizi di cui tentiamo di circondarci nelle nostre città, possiamo aggiungere quelli, in particolare, con cui circondiamo il turista, fin dall'arrivo, la particolare fitofilia con cui arrediamo alcuni ambienti, come le hall dei grandi alberghi, tappezzate di piante, dove il turista riceve un'accoglienza 'verde' anche nel cuore di una metropoli.

«Corre il leone, corre la gazzella...». Ancora uno slide, tra i tanti, divertenti e immaginifici, con i quali Canestrini ha sottolineato tutto l'intervento, e ci viene proposto ora l'aforisma di Kipling, che abbiamo visto riprodotto sulle pareti di tanti uffici, reinterpretato nella famosa gag di Aldo Giovanni e Giacomo, a raccontare come la Natura - o quello che supponiamo che sia - fornisce anche una sorta di supporto 'mitologico' alla nostra esistenza ansiosa, competitiva, stressante. Ma davvero la vita dev'essere questo? La città come la giungla, dove corriamo dalla mattina alla sera per procacciarci il cibo e per non essere sbranati. Pure, gli antropologi sono divisi sul cosiddetto “stato di natura”. Inferno o Paradiso? Ma la Natura non è certo solo un'utopia – che di questo stiamo parlando, di utopie - negativa: «Nel tempo mitico, Madre Natura consentiva l’ozio. Il lavoro è la conseguenza di una colpa (per noi quella di Adamo e di Eva). Il mito greco dell’Età dell’oro (Esiodo VII sec. A.C.) si fonde con il mito persiano del paradiso (pairi-daeza, giardino cintato, natura protetta) e poi con quello biblico dell’Eden giudaico-cristiano.» E, se l'Eden è il prototipo del Parco Naturale, l'Età dell'Oro, nelle sue consuete rappresentazioni di giardino di delizie, giochi, sensualità, che attraversano tutta la Storia dell'Arte non sembra proprio il prototipo del villaggio turistico?

E ancora, possiamo davvero contrapporre i turisti 'massificati' dei tempi moderni ai vecchi viaggiatori che si caratterizzavano per avere tempo, cultura e denaro? A scavare un po' più a fondo, scopriamo che i vecchi 'viaggiatori' avevano tutti i vizi del turista moderno, erano solo pochi. «Portavano - allora come oggi - la città in montagna». O meglio, se guardiamo con attenzione ai nostri tempi, vediamo che negli ultimi quindici si sono sviluppati un sensibile mutamento del comune sentire, un'accresciuta attenzione nei confronti dell'ambiente, della biodiversità, un'attenzione che presuppongono un reale avvicinamento un avvicinamento. Avvicinamento ad un ambiente, che - non dobbiamo - mai scordarlo, non è univoco, bensì equivoco (da equus, 'uguale' e vox, 'voce'). Un ambiente, cioè, che sembra uguale per tutti ma in realtà è diverso - e quanto! - se visto, ad esempio, dal residente che vi svolge un lavoro e dal turista che vi si reca in ferie e dunque propende per un uso ricreativo del territorio, che confligge con gli usi più tradizionali. Ed è proprio sull'ecoturismo, su questa cultura del rallentamento, del limite, della decrescita felice, sul senso di reciproco rispetto, che si potrà fondare un patto nuovo tra turista, guida e residente. Siamo oggi di fronte a «Una nuova corrente evolutiva del turismo: invenzione di percorsi virtuosi per quell’andare oltre i fenomeni di massa. La curiosità per il territorio oggi si dimostra scelta vincente». Un turismo silenzioso, un turismo per i tempi nuovi. “Lentius, suavius, profundius” - per usare le parole di Alex Langer, del quale ricorre il decennale della scomparsa – in opposizione al “citius, altius, fortius” della tradizione olimpionica, per ritrovare, insieme, la nostra dimensione più autentica, che è – insieme - animale e metafisica.

E Canestrini ci lascia con tre domande – «se volevate delle risposte non avreste dovuto invitare un antropologo, tre domande tremende – ci anticipa, scherzando, ma non troppo - spero che siate pronti...». Tre domande, mi sento di aggiungere, che ogni GAE si può - si dovrebbe - essere posto, durante la propria esperienza:«la natura deve essere 'a disposizione'? Le Guide lo sanno bene – continua – il turista, quando arriva, vuole 'vedere'. - E ancora - «La natura deve essere 'spettacolare'? Deve, cioè, rispondere a delle leggi mediatiche? Devo vedere l'accoppiamento dei rinoceronti o del gallo cedrone a tutti i costi?».

E, da ultimo, ora che il business ha scoperto che il trofeo di un leone vale 3000 dollari e i diritti di riproduzione di un buono scatto, nel tempo, possono valerne 27.000:«La natura valutata e prezzata, vale di più?». La 'quantificazione', la 'prezzatura' del leone - o del parco naturale - rendono improvvisamente l'animale o il luogo più preziosi?

M. F.

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