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ECOTURISMO - C'era una volta il turismo alternativo...

(...) quasi terminati i miei esami, si avvicinava improrogabilmente il momento di pensare alla tesi di laurea in Geografia. Decisi allora di prendere una scorciatoia e laurearmi nel giro di pochi mesi descrivendo le diverse attività di turismo alternativo che insistevano nell'area del Parco dei Monti Sibillini, che conoscevo come le mie tasche. La tesi venne accettata senza alcun problema e così... dopo tre anni di intenso lavoro riuscivo finalmente a laurearmi. Cos'era successo? Che, fin dagli studi preliminari mi ero reso conto che il 'turismo alternativo' - pur rappresentando una 'nicchia' non del tutto trascurabile in termini economici, era una vera e propria Araba Fenice. Tutti ne parlavano e - ancor peggio – ne scrivevano ma, al dunque, era in quel momento impossibile reperire una definizione univoca, chiara e fondata del termine. Inutile dire che la faccenda mi prese la mano, la tesi sui Sibillini fu accantonata senza troppi rimpianti e l’interesse della mia ricerca si andò dunque sempre più spostando verso il problema delle definizioni e - in particolare - verso la creazione di uno strumento che permettesse, al di là delle convinzioni personali del turista o dell’operatore turistico, di determinare in termini inequivoci - scientifici, per quanto possibile - l’appartenenza di una attività al turismo alternativo, a forme tradizionali di turismo o semplicemente a pratiche sportive svolte all’aria aperta.

A livello terminologico, la dicitura 'turismo alternativo', diffusa anche nei paesi anglosassoni, rimandava in modo immediato ad una semplice domanda:« alternativo a cosa»?

Già dalla fine degli anni ‘60, il termine 'alternativo' venne associato a tutte quelle modalità esistenziali, spesso fortemente connotate a livello ideologico, che si proponevano di fornire modelli di vita, di consumo, di relazioni sociali contrastive rispetto a quelle più diffusamente accettate, considerate 'dominanti'. Si ebbero così, ad esempio, una medicina alternativa, una ginnastica alternativa, un’alimentazione alternativa, una politica alternativa, un’architettura alternativa; tutte contraddistinte da un approccio non razionalistico e spesso marcatamente antiscientifico ai problemi, dal tentativo di integrare l’attività umana con il rispetto dell’ambiente naturale, da una diffusa apertura a soluzioni ideologiche, filosofiche e pratiche elaborate dalle culture orientali o dai popoli nativi, in un’atmosfera di grande - a volte ingenuo - sincretismo culturale.

Diamo in qualche modo per assunta l'esistenza di un turismo di massa che propone un viaggiare quasi privo di significato interiore, in cui 'si va a vedere' per rimanere uguali a se stessi, riconfermando con un approccio inevitabilmente superficiale la funzionalità e la pretesa universalità dei luoghi comuni della società di appartenenza, raccontando al proprio ritorno di quanto siano cattivi gli spaghetti in Tirolo. Viaggiare per vedere, per poter dire di 'esserci stati', farsi fotografare e per farsi vedere, traversando uno spazio turistico sempre più omologato: il villaggio globale ha prodotto uno spazio geografico virtuale, sorta di Disneyland su scala mondiale, autentico mercato di sogni, illusioni e luoghi comuni, percorso ogni anno in lungo e in largo da centinaia di milioni di turisti.

Diamo ancora per assunto – non abbiamo qui modo di mostrarlo se non per cenni - il concetto che, in sé, il turismo, pur essendo connotato da uno spostamento, si configuri come autentica negazione del viaggio, che è stato invece nei secoli fonte tanto universale di significazione di transizioni anche non spaziali (sapienziali, purificatrici, iniziatiche, cognitive, culturali...). Il turista non viaggia, infatti, per acquisire saggezza attraverso le 'riduzioni' del transito, dalle quali pretende semmai di essere protetto; né per confrontarsi, per acquisire usi e costumi altri, da affiancare ai propri, ché una delle caratteristiche peculiari dello spazio turistico è proprio il suo alto livello di omologazione; meno che mai il turista viaggia con l’intento di 'perdersi per il mondo', fuggendo le certezze - e la noia - della propria esistenza stanziale, cui si premura di far comunque ritorno in tempi certi e - di norma - molto brevi.

Anche a fronte di queste scarne osservazioni, 'idea di un 'turismo alternativo' rappresentava una contraddizione in termini. Alcune attività, come ad esempio il trekking d'avventura in aree di wilderness, ripristinano in effetti, nel soggetto che le pratica, l'antico valore del viaggio, ma si tratta di felici eccezioni e, in generale, le attività che venivano raggruppate sotto la dicitura 'turismo alternativo' erano tutte riconducibili al turismo puro e semplice o a pratiche sportive outdoor.

Come avvene per il turismo alternativo, anche per quanto attiene alla sua versione anni '90 – all'ecoturismo (...) il caos delle definizioni è notevole, né questo sembra preoccupare le nostre massime istituzioni: persino la Commissione Europea (organismo - vorrei ricordare - che dedica un protocollo di 13 pagine alla definizione dell'asparago) ha finora prodotto solo un documento, scarno e piuttosto vago, sull'argomento del 'turismo sostenibile'. Il termine 'ecoturismo' non è neppure usato, forse per un comprensibile timore di essere confusi con l'ecologismo di piazza, ma il significato è quello.

Finita per ora la ricerca di alternative al sistema, con l'ecoturismo ci troviamo – evidentemente – in pieno ambito turistico, e pienamente all'interno delle logiche dell'economia di mercato, cosa per la quale – nel bene e nel male – non è oggi necessario provare né vergogna né imbarazzo. Il sistema non si cambia e ci troviamo in modo più minimalista, ma certo più realistico, a lavorare fra le sue pieghe per cercare - insieme ad una salvezza di natura individuale - per lo meno di minimizzare l'impatto delle diverse attività umane, tra le quali il turismo si è rivelato - tanto sotto il profilo naturalistico che culturale – ben più distruttivo di quanto fosse ipotizzabile.

E' senz'altro lecito chiedersi cosa abbiano di ecologico - al di là dell'etichetta accattivante - molte delle attività di supporto all'ecoturismo, improntate, come il turismo 'tradizionale', al massimo soddisfacimento edonistico - costi quel che costi - del turista; come pure la villettopoli disseminata in Centro Italia dal proliferare di strutture agrituristiche i cui proprietari non sanno a volte distinguere un cavolo da una rapa, non rappresenta esattamente un esempio di sostenibilità.

Tuttavia nell'approccio ecoturistico (perché di questo si tratta, di un approccio teorico nuovo a fenomeni già noti), l'attenzione si sposta in modo marcato dalla sensazione o dall'ideologia del soggetto che pratica o propone l'attività al problema - esprimibile senza difficoltà in senso oggettivo - dell'impatto. E l'impatto non è valutato solo in termini naturalistici, ma in termini ambientali (Ambiente = Natura + Uomo), ponendo così gli interessi del Coltivatore Diretto, della Guida e del Turista sullo stesso piano di quelli della Salamadrina dagli Occhiali che, come denotato con l'uso delle maiuscole, anche l'autore giudica degni di uguale - ma uguale davvero - considerazione. Così, una ricerca del migliore assetto possibile in un dato momento storico, la disponibilità di modelli fondati su basi certe – osservabili, quantificabili e socializzabili – e non su fughe in avanti di tipo ideologico, costituisce un passo avanti da non sottovalutare. E passando dalla scienza all'utopia – ché la politica è, purtroppo, ben altra cosa - vediamo nell'approccio ecoturistico un passo avanti che, per diventare un sentiero e poi una strada, richiederebbe un deciso intervento da parte della ricerca, chiamata a identificare e monitorare i modelli emergenti di sostenibilità, e - successivamente – della politica che dovrebbe promuovere con l'intervento legislativo le nuove iniziative di turismo sostenibile, scoraggiando – attraverso la leva fiscale e il diritto amministrativo – forme di sviluppo destinate a compromettere irrimediabilmente il bene primario di ogni attività turistica, che risiede, con ogni evidenza, in un rapporto equilibrato tra le diverse componenti dell'ambiente che si deve proporre.

M. F.

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